


LA FOTOGRAFIA DIFFUSA, LIBERA
E ALLA PORTATA DI TUTTI
mogadiscio
L'INTERAZIONE DEGLI ITALIANI IN SOMALIA
DAL 1950 AL 1990. RACCONTI FAMILIARI.

ASCOLTA LA STORIA >>>
Mogadiscio 1952 Collegio Regina Elena Anastasia con una amica
Come sembrava Il Collegio Femminile Regina Elena? [..] L'edificio si stagliava davanti a noi con una imponenza che metteva soggezione. Costruito in stile coloniale, sembrava più una fortezza che una scuola. Le alte colonne bianche, perfettamente simmetriche, reggevano una facciata austera, senza alcun ornamento. Le finestre, lunghe e strette, erano protette da pesanti persiane chiuse, come se l'edificio volesse difendersi dal mondo esterno, o forse impedire al mondo di vedere ciò che conteneva. Il cortile interno, però, era sorprendentemente curato.
Al centro c'era un piccolo giardino dove crescevano bouganville e ibischi dai colori accesi, come un tentativo di bellezza in un contesto altrimenti severo, ma non bastava a cancellare la sensazione di gelo che mi avvolgeva. Tutto lì parlava di ordine, disciplina e solitudine.
E poi c'erano loro: le ragazze. Passavano silenziose, in piccoli gruppi, vestite con uniformi semplici. I loro passi erano leggeri, quasi impalpabili, eppure ogni volto che incrociavo sembrava portare inciso un dolore muto. Erano sguardi che evitavano il contatto diretto, sguardi che parlavano di un'assenza profonda, di un vuoto incolmabile. Una malinconia collettiva pareva avvolgere quel luogo come una nebbia.
Mentre lo zio Salim parlava con la direttrice del collegio lo zio Aweso, che fino a quel momento aveva mantenuto il silenzio, si avvicinò a me. La sua voce, quando parlò, era bassa, ma densa di amarezza. “Questo collegio ospita ragazze meticce” mi disse. “Figlie di donne somale e uomini italiani. Durante il periodo coloniale e sotto il regime fascista, furono strappate alle loro madri, chiuse qui dentro.
Le leggi razziali non permettevano che crescessero in famiglia. Dovevano essere isolate. Cresciute lontano da tutto ciò che era somalo, lontano dalla loro gente, dalla loro lingua, dalla loro identità. Quelle parole mi colpirono come un pugno.
Guardai ancora una volta quelle ragazze: non erano semplicemente studentesse. Erano prigioniere di una storia che non avevano scelto. “Il fascismo” continuò zio Aweso, “ha fatto questo. Ha distrutto famiglie, cancellato affetti, ridotto la vita a una sequenza di regole crudeli, imposte nel nome di un'ideologia malata.
Hanno insegnato a queste ragazze che non potevano esistere così come erano nate. Le hanno fatte sentire colpa vivente di qualcosa che invece era amore”.
Gli zii lavoravano in un ministero, ma non avevano mai accettato quel sistema. Le leggi razziali, dicevano, erano una vergogna, un'onta incancellabile. Una ferita aperta. Io ascoltavo in silenzio, ma dentro di me cresceva una domanda: Perchè gli zii venivano spesso qui?
Non avevo il coraggio di chiedere, ma sentivo che cíera qualcosa di non detto, un legame nascosto, forse una storia personale intrecciata a quel luogo di silenzi e di dolore. In quel momento, capii che il mistero non era solo nel collegio, ma anche nei miei zii.[..]
Tratto da; Dall'Africa a Faenza, la storia di Omar.
11^ parte: “Primo viaggio verso Mogadiscio con mio padre” Omar Giama
